Il caso Giulio Regeni, opinioni diverse

 

 

 

L'omicidio di Giulio Regeni ha dato vita a una miriade di tesi e di illazioni più disparate. Certamente il suo operato e il suo modo di agire in un paese come l'Egitto, scosso da una forte repressione poliziesca e da forti tensioni sociali e politiche, hanno dato fastidio a qualcuno. Noi non sappiamo se Regeni era un semplice militante di diritti civili, ottimo studente, come ce lo hanno dipinto i nostri mass media e se è stato torturato o ucciso a causa del clima poliziesco che si respira in Egitto sotto il tallone di Al Sisi, rappresentante dei poteri forti interni e internazionali e amico dei governi imperialisti occidentali. Non sappiamo se Regeni era una spia al servizio della Cia o di qualche altra potenza imperialista europea, come il suo curriculum sembrerebbe indicare, né sappiamo se sia stato scambiato per una spia o per un provocatore, da parte di forze di opposizione costrette a vivere sul filo del rasoio per evitare condanne a morte o sparizioni. Di certo è che la crudele fine del giovane italiano, la maniera in cui è maturata, testimonia lo stato di tensione e di alta conflittualità sociale che vive l'Egitto, dove essere sindacalista o un semplice cittadino critico verso l'operato del governa si rischia in ogni momento di morire. Questo regime non merita tutto quel corteggiamento che, per fini esclusivamente economici, ha messo in campoil governo di Matteo Renzi, dando all'attuale governo totalitario egiziano il massimo credito a livello internazionale. Credito che non merita per le centinaia di morti, martiri della resistenza operaia e di classe che ha avuto il coraggio, insieme da altre istanze politiche, come i Fratelli Musulmani, di far cadere e cacciare l'autocrate Mubarak e ha dato vita a quella Primavera araba che è stata decapitata con colpi di stato militari e con forme elettoralistiche dubbie. L'Egitto oggi è un paese dittatoriale dove le forze dell'esercito e della polizia dettano legge a difesa di un sistema politico tenuto su dal sostegno dei paesi imperialisti dell'Occidente, una pedina importante in mano agli USA nel confuso scacchiere medio orientale. In ale contesto è maturato il barbaro omicidio el nostro connazionale. Riportiamo qui di seguito alcune valutazioni anche opposte su come è letto questo omicidio, anche se noi, come Circolo Culturale Proletario di Genova, ci asteniamo da abbracciare una delle tante valutazioni, non essendo in grado di avere delle risposte certe, anche se sono più i dubbi che le cose chiare in questa intricata questione. Alla fine pubblichiamo anche un articolo de il Manifesto, in cui il quotidiano comunista si difende dalle accuse mossegli da più parti. Sta ai nostri lettori cogliere il meglio e giudicare da sè questo spiacevole assassinio, segno dei tempi bui e contorti in cui viviamo, con mass media e informazione in mano ai diversi e contrastanti interessi interimperialisti e testimone di una situazione sociale assai grave esistente in Egitto.

Circolo Culturale Proletario di Genova  

 

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L’‘affaire’ Regeni e il ruolo del “manifesto”

  

   Giulio Regeni era un nostro giovane connazionale che, oltre alla capacità  di parlare correntemente almeno tre lingue, tra cui l’arabo, poteva vantare una brillante carriera di studente ad Oxford e successivamente di ricercatore a Cambridge. Che questo giovane sia stato torturato e ucciso in Egitto non è una notizia che può passare inosservata. A leggere gli articoli della stampa sulla tragica vicenda  che ha portato alla sua morte, si riceve l’impressione che il suo fosse l’‘identikit’ perfetto dell’agente segreto. Secondo quanto riferiscono i giornali, egli era anche un collaboratore del “manifesto”, alla cui redazione inviava articoli sul Vicino Oriente firmati con uno pseudonimo e caratterizzati da un orientamento politico ostile al regime di Al Sisi e vicino alla variegata opposizione egiziana, non esclusa quella rappresentata dal fondamentalismo islamico più oltranzista. In sostanza, se si considera l’equazione tra la politica estera statunitense nel Vicino Oriente e la simulazione della guerra all’ISIS, si può ipotizzare che Regeni fosse  un agente filoamericano al servizio dell’Occidente. Il “manifesto”, un giornale non nuovo a coinvolgimenti nelle ‘spy story’, come dimostrato dal sequestro della giornalista Giuliana Sgrena in Iraq, che costò la vita all’agente segreto italiano Nicola Calipari nel 2005, ne era a conoscenza? In caso affermativo, dovrebbe spiegare ai suoi lettori il significato di queste sue iniziative che si pongono in un contrasto stridente con la propria ispirazione politica; se invece la redazione del “manifesto” non era a conoscenza del ruolo svolto da un suo collaboratore, ancorché occasionale, meglio sarebbe per essa cambiare mestiere

 

  Giulio Regeni è morto a soli 28 anni, probabilmente a causa delle torture e delle sevizie inflittegli dai servizi di sicurezza di Al Sisi, mentre svolgeva la missione che gli era stata affidata. La stessa imbarazzante polemica, sorta tra i famigliari del giovane e la redazione del “manifesto” sulla tardiva pubblicazione di un articolo da lui inviato, rende più densa la coltre di ambiguità che circonda una vicenda di per sé tragica, ma anche tutt’altro che indecifrabile. Sorge allora spontanea la domanda: è possibile che Regeni non lavorasse unicamente per i servizi segreti italiani? Una domanda che chiama in causa, anche su questo terreno minato, la questione della sovranità nazionale, poiché legittima il sospetto che il ruolo dei nostri servizi segreti (così come quello del nostro paese nella competizione imperialistica) possa essere quello dell’asino che porta sulla groppa la botte di vino, ma beve l’acqua. È prevedibile che queste domande, queste ipotesi e questi sospetti siano destinati a restare senza risposta. Meno problematica sembra essere invece la risposta a chi afferma che la mitica testata di Luigi Pintor e Rossana Rossanda si è ormai ridotta, da lunga pezza, a svolgere, in un sistema dove il potere si sceglie e si costruisce le sue opposizioni, il ruolo sussidiario di “agenzia” di propaganda imperialista per signorini ‘radical-chic’.

Eros Barone

 

 

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Giulio Regeni, un infame crimine politico

Giulio Regeni non era solo un brillante ricercatore. Era un giovane di sinistra, amante della pace e della libertà dei popoli, schierato a fianco del movimento operaio e sindacale indipendente in Egitto. Nel suo ultimo articolo evidenziava la ripresa degli scioperi e denunciava la politica autoritaria e repressiva del regime di Al Sisi.

Giulio temeva, a ragione, per la sua incolumità a causa della situazione esistente in Egitto. Il movente del suo assassinio è indubbiamente politico. Con ogni probabilità il giovane è stato sequestrato nei pressi di Piazza Tahir nel quinto anniversario della rivolta, per poi essere barbaramente torturato e ucciso.

Da chi? Tutto porta a una conclusione: gli esecutori materiali del crimine sono stati gli sgherri – forze di sicurezza, ausiliari o squadroni della morte - al servizio del macellaio Al Sisi, l’ex capo delle forze armate filo-USA che nel 2013 depose con un colpo di Stato il presidente islamista Morsi. Un assassinio di Stato per rappresaglia contro il lavoro che Giulio conduceva.

La riprova è il tentativo, tanto criminale quanto goffo, da parte dei vertici polizieschi egiziani di depistare le indagini. E’ noto che il regime militare nega persino l’evidenza per non perdere la credibilità internazionale e le entrate del turismo.

L’assassinio di Giulio è legato alla politica di spietata repressione della protesta sociale che la dittatura del regime di Al Sisi porta avanti col sostegno delle potenze imperialiste, fra cui l’Italia.

Dopo le stragi del 2013, negli ultimi mesi le “sparizioni” degli oppositori sono aumentate. Su questa politica del terrore di Stato, contraltare del terrorismo jihadista, si regge la “stabilità” egiziana decantata da Renzi, che si era persino proclamato orgoglioso dell’amicizia con Al Sisi.

L’ipocrisia del governo italiano sulla vicenda è lampante. Fino a ieri ha chiuso gli occhi sulla violazione dei diritti umani e la tortura in Egitto. Ora cerca di salvare la faccia con la richiesta di “fare chiarezza”, senza però compromettere i profitti dei capitalisti nostrani in Egitto e i rapporti con Al Sisi, essenziali per l’imminente aggressione militare in Libia.

Condanniamo il barbaro assassinio di Giulio Regeni e porgiamo le condoglianze alla famiglia e ai suoi amici. Esigiamo verità e giustizia, il castigo dei responsabili della sua morte ai vari livelli, la rottura delle relazioni con l’Egitto e con tutti gli Stati terroristi. Sosteniamo la lotta dei lavoratori egiziani!

Salutiamo degnamente Giulio e manifestiamo il nostro dolore e la nostra protesta contro il criminale regime egiziano e l’ipocrita governo imperialista italiano, contro la politica reazionaria, antioperaia e di guerra!

5.2.2016  

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

http://piattaformacomunista.com/      

 

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Da «Operai Contro», numero 37, 6 febbraio 2016. 

Giulio Regeni era uno studioso scomodo, da tenere sott’occhio, da sorvegliare, e perfino punire, visto come sono andate le cose. Era scomodo, dava fastidio, perché si occupava di quei soggetti di cui nessuno vuole più parlare: i lavoratori.

Sono decenni che, a livello globale, si producono tonnellate di libri e articoli per convincerci che i lavoratori non esistono più, che il lavoro è morto, perché ora siamo tutti “collaboratori” felici dei padroni…pardon, dei “datori di lavoro”.  Scrivere dei lavoratori oggi, dei loro diritti, del loro sfruttamento e delle loro lotte e scioperi significa, prima di tutto, essere emarginati dal cosiddetto “mondo accademico” (salvo rare eccezioni, ovviamente) che preferisce, nella migliore delle ipotesi, disquisire di aria fritta, piuttosto che contribuire alla comprensione o alla trasformazione della realtà.

Ma in questo mondo, piombato nella più grave crisi economica e politica della sua storia, scrivere dei lavoratori significa anche attirare l’attenzione delle polizie e dai servizi segreti di mezzo mondo. In Egitto più che altrove. Perché in nessun altro paese  del mondo si sono registrate mobilitazioni operaie così imponenti e vaste come nell’Egitto degli ultimi anni, prima, durante e dopo la sollevazione del 2011, fino a quando non è scesa la notte con il colpo di stato del generale al-Sisi, “amico personale” di Matteo Renzi.

Checché ne dicano i fan della “rivoluzione Facebook”, quel che è successo in Nord Africa e in Medio Oriente, nel 2011, è stata una gigantesca mobilitazione sociale e operaia per chiedere giustizia sociale, eguaglianza, dignità. Non si chiedeva cioè soltanto un cambio di governo per far funzionare meglio il capitalismo (come ci hanno spiegato da questa parte del mondo), si chiedeva molto di più, si voleva una società e un mondo migliore, più giusto, a misura di lavoratore.

Per avere una conferma di ciò basterebbe osservare quel che è accaduto in Tunisia qualche giorno fa, dove migliaia di giovani, poveri, lavoratori e disoccupati sono tornati a far tremare le strade e le piazze tunisine, chiedendo giustizia sociale.  Per capire questa banale verità, che viene sistematicamente occultata dai media e dai politici, basterebbe leggere gli scritti di Giulio Regeni, in cui si racconta di questa vitalità, di questa voglia di lotta mai sopita dei lavoratori e delle lavoratrici egiziani, dittatura o non dittatura, al-Sisi o non al-Sisi.

Giulio è morto per questo, perché era un vero ricercatore, uno di quelli che vogliono andare a fondo alle cose, che non si accontentano di argomenti facili per assicurarsi una carriera sprint, uno di quelli che vogliono essere protagonisti, con i loro studi, della trasformazione radicale della società. Giulio voleva rappresentare coloro che vogliono nasconderci, a tutti i costi: i lavoratori. Pensateci un attimo: come è possibile che ogni volta che in tv si parla dei paesi arabi non ci mostrano mai i volti delle persone comuni nel contesto della loro vita quotidiana? Com’è possibile che non riusciamo mai a leggere articoli sui lavoratori e sulle lavoratrici in Egitto, in Tunisia, in Siria? Eppure sono milioni. Eppure sono la maggioranza. Come qui da noi.

Chi ha battuto le strade del Cairo, chi ha visto all’opera gli apparati di sicurezza egiziani, chi ricorda i teppisti organizzati e mandati in piazza o nelle fabbriche a picchiare manifestanti o scioperanti, chi ha amici egiziani che sono scomparsi o finiti in galera, in Egitto così come in Tunisia o in Yemen, magari dopo aver subito processi farsa, non ha difficoltà  a comprendere quel che è accaduto a Giulio.

Noi sappiamo chi sono i mandanti del suo assassinio. E sappiamo che hanno amici molto influenti qui da noi.         Ciao, Giulio!

CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA    GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO –VA-  (Quart.Sant’Anna dietro la piazza principale)
a poca strada dall'uscita autostrada A8.   e-mail:  circ.pro.g.landonio@tiscali.it 

Archivio giornali diffusi in prov. di Varese anno 2013. 

 La guerra civile in Egitto

... Ma la spaccatura più profonda è quella che si è determinata tra la nuova cricca e i lavoratori. Questi ultimi si aspettavano pane lavoro aumento salariale il riconoscimento dei sindacati indipendenti e si sono trovati con l’aumento della disoccupazione, l’aumento dei prezzi, senza bombole e coi poliziotti tra i piedi a ogni sciopero. I lavoratori sono temuti dall’esercito e dagli islamisti più di ogni altra cosa. Gli operai hanno sfidato la legge di emergenza, facendo fronte a torture e a ricatti a familiari presi in ostaggio, nella lotta per l’aumento del salario minimo. Nel 2012 ci sono stati 3.800 scioperi; 450 al mese tra luglio e dicembre dopo la vittoria di Morsi. Nel primo trimestre del 2013 gli scioperi sono saliti a 700 al mese. Una metà riguarda la difesa di diritti operai; l’altra la protesta contro l’aumento dei prezzi la mancanza di benzina e di elettricità (4). Quindi il processo di islamizzazione istituzionale (qui non possiamo occuparci delle obbligazioni islamiche chiamate «sokuk» che sono una truffa né del libero scambio nel Sinai) hanno reso incandescenti la rabbia popolare e le tensioni sociali che si sono tradotte in manifestazioni e scontri...
 (4) L’obbiettivo principale dei lavoratori è quello degli aumenti salariali. Molte proteste si riferiscono alla corruzione dei capi. I lavoratori rimproverano al governo di non avere presentato una legge per i sindacati indipendenti e per non avere portato il salario minimo a 1.200 ghinee (pari a 150 €). Quanto ai metodi agli scioperi e alle manifestazioni con blocchi stradali, si alternano il blocco dei mezzi pubblici e le occupazioni.

Link per leggere tutto l'articolo da pag. 3 a pag. 6:

LA RIVOLUZIONE COMUNISTA Luglio-Agosto 2013 (PDF)
--Edizione a cura di---- RIVOLUZIONE COMUNISTA  SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano  e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/

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Regeni, il senso di Renzi per Abd Al Sisi: chiama “grande statista” il ‘Pinochet delle Piramidi’ che reprime dissenso nel sangue

di Guido Rampoldi | 6 febbraio 2016  IL FATTO QUOTIDIANO 

Nessuno dei leader europei tranne l'ex sindaco di Firenze - che è stato il primo leader occidentale a incontrare il capo di governo egiziano - si è spinto fino a dirgli quel che mai fu detto al dittatore cileno: “La tua guerra è la nostra guerra”. Il motivo: in Egitto, dove una nuova legge stabilisce che è grave reato smentire la versione prodotta dalle istituzioni, l'Eni ha interessi enormi e la benevolenza del Cairo è necessaria per qualsiasi iniziativa militare in Libia, altra cruciale piazza petrolifera

 

Qual è la differenza tra Augusto Pinochet, golpista cileno, e Abd al-Sisi, golpista egiziano? Nessuna differenza, risponderà chi non conosce Il Principe di Machiavellinella versione in uso a Palazzo Chigi. L’ignaro si lascerà impressionare dalle similitudini tra i percorsi compiuti dai due generali. Tanto Pinochet quanto al-Sisi sono nel vertice militare quando il governo che li ha nominati sprofonda in una grave crisi di consenso. Entrambi pugnalano quel governo con un colpo di stato. Entrambi s’intestano il potere e massacrano oppositori. Entrambi massacrerebbero di più se non fossero frenati, il cileno dalla Chiesa, l’egiziano da Obama. Così Pinochet si ferma a quota 3 mila uccisi; al-Sisi probabilmente l’ha raggiunto. Parte alto, almeno 1.150 morti in un giorno, 14 agosto 2013. “Il più grave massacro di dimostranti nella storia dei crimini contro l’umanità”, dice Sarah Leah Whitson, di Human Right Watch, ascoltata lo scorso novembre dal Congresso Usa.
Dai giorni della strage il regime ha continuato a reprimere nel sangue le manifestazioni e ha arrestato 41 mila egiziani, tra Fratelli musulmani e militanti di partiti laici. Uno studio legale cairota ha documentato, finché ha potuto occuparsene, 465 casi di tortura, 129 dei quali hanno condotto alla morte del torturato. Lo stupro delle donne arrestate, o di mogli o figlie di arrestati, è diventato un metodo per intimidire ed estorcere confessioni.
La stampa non può scriverlo, una nuova legge stabilisce che è grave reato smentire la versione prodotta dalle centrali della repressione. Ma allora perché – si domanderà a questo punto l’ignaro – Matteo Renzi si vanta (con la platea di Cl) di essere stato il primo capo di governo occidentale ad aver incontrato il Pinochet egiziano? Perché lo definisce “un grande statista” e invita a riconoscergli “il merito di aver ricostruito il Mediterraneo”, frase priva di senso ma ammirativa nella sua sonorità?
“La tua guerra à la nostra guerra, e la tua stabilità è la nostra stabilità”, gli disse l’anno scorso, come ricorda impietosamente un saggio recentissimo, The Egyptians. Non sarà stato quel saltellare festoso intorno allo sterminatore lo spettacolo più basso mai offerto all’estero da un nostro premier, perfino più triste del Berlusconi acciambellato  come un cagnolino nel salotto di casa Bush? Quando poi constata che i salamelecchi di Renzi non hanno provocato il minimo sussulto nei partiti e nei media maggiori, l’ignaro comincia a sospettare che quelle smancerie corrispondano ai costumi di una classe dirigente cui l’odore del petrolio abbatte il senso del pudore.
L’Eni ha interessi enormi in Egitto e la benevolenza del Cairo è necessaria per qualsiasi iniziativa militare in Libia, altra cruciale piazza petrolifera. Eppure neanche questo è sufficiente a spiegare gli slanci di Renzi, così intensi e reiterati da risultare sinceri. Quando il premier dice ad alla tv Al Jazeera che “in questo momento l’Egitto può essere salvato solo dalla leadership di al-Sisi (…), sono orgoglioso della nostra amicizia e lo aiuterò a proseguire nella direzione della pace”, non recita. È davvero convinto che l’amico del Cairo applichi, con metodi inevitabilmente duri, quella famosa teoria di Nicolò  Machiavelli oggi conosciuta come la dottrina del male minore.
Qui è cruciale sapere che Renzi si ispira al Machiavelli, come ci ricordano i giornali. Dunque diamo per scontato che il premier abbia letto Il Principe e ricordi il capitolo 17, dove sono i paragrafi che fondano la dottrina del male minore, spesso spiegata nei termini del fine che giustifica i mezzi. E così paiono interpretarla tanto Renzi quanto il nostro giornalismo. Ma per Machiavelli un governo incalzato da una suprema emergenza può ricorrere alla ‘crudeltà’, solo a patto che quel male porti a un bene maggiore; e comunque rappresenti la deroga, non il sistema. Il male praticato da al-Sisi non soddisfa né l’una né l’altra condizione. È il sistema, non la deroga. E non funziona. 
Non riesce a fermare gli attentati nel Sinai. Smantella legalità, accresce corruzione. E potenzia il terrorismo. Nelle carceri e nei centri di tortura gli jihadisti incalzano i detenuti politici: ora sapete dove conducono non-violenza e democrazia in questa regione; e sapete anche quanto gliene importi alle democrazie europee dei diritti umani, li hanno scordati appena al-Sisi ha aperto i forzieri; convincetevi, l’unica soluzione è la guerra santa.
Nessuno dei leader europei tranne Renzi si è spinto fino a dire ad al-Sisi quel che mai fu detto a Pinochet, neppure dall’amica Thatcher: “La tua guerra è la nostra guerra”. Nel caso non improbabile che la casta militare liquidi al-Sisi e s’accordi con i protagonisti della tenace ‘primavera araba’, il machiavellismo alla Checco Zalone ci costerà molto più del disonore che oggi ci attira quella terribile ammissione di complicità.        da Il Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2016

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Cinque chiarimenti doverosi

 

 

Tommaso Di Francesco, 16.02.2016, “Il Manifesto”

il manifesto. La nostra risposta alle critiche strumentali circolate in Rete in questi giorni. Abbiamo accertato che Giulio Regeni aveva proposto un solo articolo, con lo pseudonimo. Avevamo il dovere di pubblicarlo, dopo l’omicidio, per «smontare» verità di comodo

http://ilmanifesto.info/cms/wp-content/uploads/2016/02/15/16inchiesta-cairo-omaggio-regeni-ansa-.jpg 

Il Cairo, l'omaggio all'ambasciata italiana per Giulio Regeni 

© Ansa

–> READ THE ENGLISH VERSION OF THIS ARTICLE AT IL MANIFESTO GLOBAL

 
È venuto il momento che il manifesto, dopo avere indagato anch’esso sulla tragica morte di Giulio Regeni e di fronte a tante, troppe illazioni, per rispetto di Giulio e della sua famiglia e per rispetto anche dei nostri lettori provi a chiarire equivoci, sbagli, ma anche a confermare convinzioni profonde su questo atroce delitto che non esitiamo a definire di Stato.

Perché intorno alle circostanze della morte dolorosa di Giulio Regeni, mentre emergono notizie e verità sconcertanti sulla sua uccisione, rischiano di piovere prese di posizione in aperta contraddizione.

Qualcuno ci accusa di non aver pubblicato subito l’articolo inviatoci co-firmato con uno pseudonimo; altri di essere stati «sciacalli» per averlo pubblicato dopo; qualcun altro di non avere chiarito se era o no un collaboratore; infine di non pagare i collaboratori.

1) Per prima cosa vogliamo subito dire che, dopo attenta valutazione, abbiamo finalmente accertato che Giulio Regeni aveva proposto al manifesto un solo articolo insieme a un altro collaboratore e con lo pseudonimo. Abbiamo equivocato che fossero suoi anche due contributi precedenti perché di eguale contenuto (i sindacati) e con pseudonimo. Cosa che sottolineava ai nostri occhi la cautela se non proprio la preoccupazione di Giulio Regeni.

Di questo equivoco ci scusiamo sia con i lettori che con la famiglia e con l’avvocata Alessandra Ballerini.

2) L’articolo al quale Regeni aveva collaborato era in attesa di pubblicazione, non era stato ancora pubblicato perché accade così nelle redazioni. Un contributo sul sindacato egiziano andava contestualizzato, soprattutto in vista dell’anniversario del 25 gennaio di Piazza Tahrir. Non riuscivamo a metterlo nel modo adeguato e allora Giulio e l’altro collaboratore lo proposero a Nena Newsdove è stato pubblicato.

Ma, ecco il punto, l’atteggiamento di Giulio che insieme a un altro collaboratore aveva proposto l’articolo non è di chi si mostra irritato per la non pubblicazione, ma positivo, anzi ancora motivato e propositivo. Ci scrivono infatti il 12 gennaio: «Un po’ a malincuore abbiamo deciso di proporre il pezzo ad altre testate online altrimenti invecchierebbe troppo. Restiamo comunque molto volentieri a disposizione per future collaborazioni dall’Egitto. Per noi è un piacere poter pubblicare sul manifesto. Grazie della vostra disponibilità, a presto».

3) Da questo punto di vista, chiariamo la questione del «collaboratore». Giulio Regeni era entrato in contatto con il manifesto, non era un collaboratore come tradizionalmente s’intende. Diverso è il caso di sfruttare il lavoro gratuito, come recita una delle accuse circolate in Rete. Su questo il manifesto può ricordare le tante pagine dedicate all’analisi di come il lavoro gratuito è usato contro gli altri lavoratori (ad esempio qui).

Ma ci sono tanti freelance che scrivono per il manifesto. Per noi sono compagni di viaggio. Li paghiamo poco e spesso in ritardo. Ma li paghiamo. Collaborare con noi vuol dire sensibilità comune sui contenuti, approfondimento di temi condivisi, e poi anche un articolo.

Non a caso Giulio Regeni era entrato in rapporti con noi — a questo teniamo in modo particolare -, visto il nostro lavoro d’indagine e denuncia sulle crisi del Medio Oriente e in particolare sull’Egitto.

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Il presidente Sisi e Matteo Renzi a Roma il 24/11/2014 — foto ufficiale Palazzo Chigi

 

Si dimentica infatti con grande facilità che siamo stati quasi l’unico giornale a denunciare da subito i crimini del golpe militare dell’estate 2013 del generale Al-Sisi raccontando quel massacro e tutte le malefatte sanguinose che ne sono seguite, da allora fino ad oggi. E la solitudine era terribile l’anno seguente quando denunciammo il presidente del consiglio Matteo Renzi che per primo sdoganava con una visita al Cairo il golpista proclamando che era «l’uomo nuovo emergente in Medio Oriente» e poi ricevendolo e incontrandolo anche a Roma.

4) Perché nelle ore difficili e concitate il giorno dopo l’annuncio del ritrovamento del suo corpo martoriato abbiamo allora deciso di pubblicare l’articolo che Giulio Regeni ci aveva proposto e che non eravamo riusciti a pubblicare?

Dovrebbe essere evidente, l’abbiamo già scritto ma vale la pena ripetere: esattamente perché la tragedia che si era appalesata diceva che quel testo non rappresentava più un semplice buon articolo ma era diventato un documento fondamentale, «il» documento, per capire perché davvero fosse stato sequestrato, torturato e ucciso così barbaramente.

Non ne avevamo diritto? No, avevamo il dovere di farlo.

Abbiamo rifiutato di stare zitti, un giornale non può farlo, tantomeno poteva farlo il manifesto. Solo a dieci giorni dalla scomparsa di Giulio Regeni e a due dalla sua morte comprovata, abbiamo deciso di pubblicare l’articolo-documento.

È elemento di verità inoltre ricordare che i timori e i guai che hanno riguardato l’ambiente degli amici di Giulio sono cominciati non con la pubblicazione dell’articolo, ma per l’assassinio di Giulio Regeni.

5) Un’ultima doverosa considerazione. Crediamo di non avere sbagliato a pubblicarlo perché così facendo difendevamo le ragioni di Giulio Regeni.

E poi, se non avessimo deciso di pubblicarlo non saremmo forse ancora alle prese con una verità comodissima, quella del crimine malavitoso o a sfondo sessuale?

E’ così evidente che le autorità del regime egiziano continuano a far finta di nulla, a trincerarsi dietro «le indagini» e intanto probabilmente preparano proprio quella verità di comodo che il nostro governo a parole dichiara di volere evitare.

Abbiamo pubblicato l’articolo di Giulio (tacendo naturalmente il nome dell’altro collaboratore) perché fossero chiari i motivi politici che avevano indotto a ucciderlo e confutare così il tentativo di attribuire la sua morte a un volgare crimine malavitoso o a sfondo sessuale, tutte piste vergognose su cui le autorità insistono, dando spazio all’oggettività di una indagine che ha invece profondi contenuti politici.

egitto ucciso regeni biani manifesto

 

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A un mese dal sequestro e assassinio di Giulio Regeni

 

Un mese fa Giulio Regeni veniva sequestrato al Cairo. Giulio era un giovane di sinistra, amante della pace e della libertà dei popoli, solidale col movimento operaio e sindacale indipendente in Egitto.

Nel suo ultimo articolo metteva in luce la ripresa degli scioperi e denunciava la politica autoritaria e repressiva del regime di Al Sisi. Stava dalla parte degli operai, checché ne dicano i complottisti.

Giulio è stato sequestrato nel quinto anniversario della rivolta di Piazza Tahir, mentre era in atto un piano di repressione delle proteste popolari contro il regime. Poi è stato barbaramente torturato per stappargli i nomi dei suoi contatti nei sindacati indipendenti e quindi ucciso. Per le sue idee, perché voleva la libertà del popolo egiziano, perché dava fastidio al regime di Al Sisi.

Chi sono i responsabili di questo infame crimine politico? Tutto indica che esecutori sono stati gli sgherri – apparati di sicurezza (Mukhabarat), ausiliari o squadroni della morte - al servizio del macellaio ex capo delle forze armate filo-USA che nel 2013 depose con un colpo di Stato il presidente islamista Morsi.

Le riprove stanno nella logistica “specializzata” della sparizione, nel tipo di torture inflitte (già subite da altri attivisti egiziani), nel ritrovamento del cadavere di Giulio vicino a una caserma tristemente nota. Stanno nei numerosi depistaggi, tanto infami quanto criminali, messi in atto delle autorità egiziane per smentire il coinvolgimento di un regime che nega persino l’evidenza (vedi i casi dei turisti messicani e l’abbattimento del jet russo), così da non perdere la credibilità internazionale e le entrate del turismo. 

L’assassinio di Giulio è legato alla politica di spietata repressione della protesta sociale che la dittatura del regime di Al Sisi porta avanti col sostegno delle potenze imperialiste, fra cui l’Italia.

Dopo le stragi del 2013, le “sparizioni” degli oppositori sono aumentate. Su questo terrore di Stato, contraltare del terrorismo jihadista, si regge la “stabilità” egiziana decantata da Renzi, che si era detto orgoglioso dell’amicizia con Al Sisi.

L’ipocrisia e la connivenza dimostrate dal governo imperialista italiano sulla vicenda sono state lampanti. Dapprima ha chiuso entrambi gli occhi sulla violazione dei diritti umani in Egitto, e solo in seguito del ritrovamento del corpo di Giulio ha cercato di salvare la faccia con la richiesta di “fare chiarezza”. Ma con ambiguità e cinismo, così da non compromettere i profitti dell’ENI e dei capitalisti italiani in Egitto, l’export di armi usate per la repressione e l’alleanza con Al Sisi, essenziale per l’imminente aggressione militare in Libia.

Renzi ha fatto la manfrina all’assemblea del PD solo per coprire le responsabilità del suo governo che non ha denunciato il regime egiziano, non ha fatto nulla di serio per metterlo spalle al muro e far venire a galla la verità sull’assassinio di Giulio.

Ciò la dice lunga sul vassallaggio agli USA, ai regimi più feroci e ai padroni, così come sulla sua doppia morale e doppia verità. Ieri con le stragi di Stato e atlantiche, oggi col segreto di Stato sul rapimento di Abu Omar e la calata di braghe sull’assassinio di Giulio Regeni. Altro che la “dignità del paese” sventolata da Gentiloni!

Continuiamo ad esigere piena verità e giustizia per il mostruoso assassinio di Giulio Regeni; il castigo dei responsabili delle torture dell’assassinio a tutti i livelli; la rottura delle relazioni diplomatiche, militari e commerciali con l’Egitto e con tutti gli Stati terroristi.

Non dimentichiamo Giulio Regeni! Estendiamo la nostra protesta contro il criminale regime egiziano e il governo imperialista italiano, contro la politica reazionaria, antioperaia e di guerra, contro l’intervento militare in preparazione in Libia e la concessione delle basi militari agli USA, per l’uscita dalla NATO. E a sostegno della lotta degli operai egiziani!

25 febbraio 2016

 

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

http://piattaformacomunista.com/



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